Lisa Manara, dalla fisarmonica del nonno all'arena di Verona

9' di lettura 31/08/2020 - Artista emergente nel panorama musicale italiano, cantante e cantautrice, con una forte e solida preparazione di base, si è diplomata con il massimo dei voti, in canto jazz, al conservatorio Frescobaldi di Ferrara.

Nel suo curriculum, nonostante la giovane età, tantissimi concerti e collaborazioni con artisti importanti. E’ stata, per un paio di anni, corista di Gianni Morandi nel tour “d’amore d’autore”, e sempre con Morandi ha partecipato, duettando insieme a lui, all’evento “Con il Cuore, nel nome di Francesco”. Una serata di solidarietà, organizzata dai frati francescani di Assisi, andata in onda su Rai 1, in diretta TV, il 9 giugno di quest’anno e presentata da Carlo Conti. E proprio chi vi scrive, essendo presente quella sera, vi può testimoniare di una voce meravigliosa con tonalità profonde e con vocalità emozionanti, sicuramente una delle più belle che si possono ascoltare in questo momento, che ne fa una rappresentante di spicco del genere Jazz - blues. Se poi la unite alla personalità e la sicurezza con cui si muove sul palco, al suo fascino e alla sua bellezza ecco che ne esce un’artista che vi incanta, che vi entra nella testa e nel cuore e che difficilmente ne uscirà. Si definisce persona riservata e semplice, probabilmente sono proprio queste sue caratteristiche che, considerando il mondo in cui vive e lavora, la rendono unica.

Lisa ha accettato di rilasciarmi questa intervista e le sono molto grato.

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DB: Partiamo dall’inizio del tuo percorso musicale, a che età hai cominciato ad interessarti alla musica, ed è stata una tua scelta autonoma o sei stata spinta o convinta da qualcuno? E Il canto è una passione andata di pari passo con l’interesse alla musica o si è aggiunta dopo?

Lisa Manara: La musica c’è sempre stata nella mia vita e nella mia famiglia. Ricordo mio babbo che il sabato pomeriggio faceva rimbombare la casa a suon di gira dischi, ascoltando Pink Floyd, Dire Straits, Queen, Bowie e tutta l’ondata del rock inglese anno 70; mia mamma che suonava il pianoforte appassionata delle sonate così intense di Beethoven e mio nonno che dopo il pranzo della domenica ci intratteneva con la sua fisarmonica e il suo canto. All’età di 5 anni mia mamma quindi mi propose di iniziare un corso di musica che si chiama Yamaha, corso propedeutico che associa il gioco allo studio del pianoforte e allo sviluppo dell’orecchio musicale tramite la voce. Da quel momento non ho mai smesso di studiare. Per anni ho studiato il pianoforte classico ma sentivo che la voce era lo strumento che mi permetteva realmente di esprimere ciò che la musica mi richiamava e di entrare in armonia con le mie emozioni. Quindi ho cominciato circa a 16 anni a studiare tecnica vocale per poi scoprire pian piano la mia personalità artistica.

Nonostante la giovane età hai un curriculum di tutto rispetto, quando sei sul palco e canti dimostri una sicurezza e una personalità da veterana, a che età hai iniziato a esibirti in pubblico? Tra le tante cose fatte sei stata in tour, per un paio d’anni, con Gianni Morandi come corista. Durante i concerti duettavi con lui in due o tre canzoni, mettendo in evidenza la tua bellissima voce, la tua personalità e la tua grinta. L’ho potuto constatare personalmente a giugno di quest’anno, ad Assisi, durante la diretta televisiva su Rai 1 “Nel cuore di Francesco”, condotta da Carlo Conti. Immagino sia stata un’esperienza non solo molto bella, ma anche molto importante per te dal punto di vista formativo. Ce ne vuoi parlare?

Ho iniziato circa a 16 anni a cantare in gruppi musicali del liceo con cui avevamo repertorio rock/rock- blues e ci divertivamo un sacco. La voglia di cantare e di sfogare l’energia dell’adolescenza era tanta. Penso che l’esperienza sul palco sia fondamentale, ed è il vero “esame “che fai con te si, penso proprio che sia quello il “segreto” di vivere il palco: come se stessi ogni volta conoscendo una persona nuova, devi perciò essere consapevole di ciò che sei tu, di ciò che puoi dare all’altro e sempre pronto a creare un legame con l’ascoltatore e portarlo nel tuo mondo, farglielo scoprire pian piano. L’esperienza con Gianni è stata tanto bella quanto inaspettata. Un lavoro completamente diverso da ciò che avevo fatto fino ad allora. Ho potuto constatare quanto lavoro e preparazione c’è dietro ad un grande show che include la cura di tantissimi aspetti: tempistiche, posizioni sul palco, l’immagine, luci, e ovviamente la musica che deve essere il filo conduttore della serata. Gianni è un gigante nella sua professione, ha già nella sua mente il quadro di ciò che deve essere il suo spettacolo e centinaia di addetti tra musicisti e tecnici sono lì proprio per quello, creare uno spettacolo di qualità che soddisfi le emozioni della gente. L’esperienza con lui mi ha anche avvicinata alla musica italiana, la musica del mio paese che per qualche annetto ho ignorato per sperimentare nuovi mondi ma che in fondo mi appartiene più di quanto io potessi immaginare; importante è stato apprendere da lui l’importanza dell’interpretazione della parola che dobbiamo ricordare: prima di essere significato è un suono, ed è proprio il suono che della parola ci arriva, il modo in cui la si esprime che già di per se, può dar vita ad un immagine. Con Gianni abbiamo calcato più di 70 palchi tra piazze, palazzetti, Arena di Verona, Teatro Antico di Taormina, ogni serata con un sold out dai 5 ai 10 mila persona. Una bella emozione per me.

Sei nata in un paese vicino Imola (Sesto Imolese, a proposito sei emiliana o romagnola?) una terra che ha nel DNA la musica, il canto e quasi sempre l’allegria e ha dato i natali a tantissimi musicisti, cantanti e artisti, credi che tutto ciò abbia influito nelle tua scelta professionale?

Si è vero, sono nata in una terra molto fruttifera per l’arte ma fino all’adolescenza ho frequentato poco le grandi città e nel mio paesino poca gente in realtà faceva musica. Molto della mia passione lo devo alla mia famiglia e anche al fatto di essere cresciuta in provincia che a volte ti può dare grandi dosi di noia che è importantissima per creare e trovare nuovi stimoli; così la musica è stata davvero la mia via di fuga da una realtà a volte monotona che puoi però rendere unica e vivibilissima se fai ciò che ti piace.

Ad un certo momento del tuo percorso hai deciso di puntare sulla musica sudafricana, con “L’urlo dell’africanità” nata, se non ho capito male, dalla tua passione per la cantante Miriam Makeba, artista straordinaria che ho avuto la fortuna di vedere e ascoltare in un concerto a Umbria Jazz parecchio tempo fa. E’ stata una scelta impegnativa oltre che coraggiosa, di certo non per un pubblico popolare e di massa. E’ una decisione che ti ha soddisfatto e che rifaresti?

Come tante cose nella vita accadono dall’incontro con altre persone, così anche questo progetto è nato incontrando nuovi musicisti che mi hanno introdotto e stimolato a conoscere il mondo della musica sudafricana. Già da qualche anno mi ero appassionata della musica africana e soprattutto a quella del Mali con artisti come Ali Farka Tourè, Fatoumata Diawara e Oumou Sangarè. Dapprima mi sono avvicinata perché travolta da questi ritmi e poliritmie che ti fanno muovere in modo incondizionato e libero, che ti fanno battere mani e sorridere tanto, poi ho iniziato pian piano a scoprire la cultura che c’è dietro e quanto la musica faccia da padrona nella vita quotidiana di qualunque africano. La musica sudafricana ha una storia tutta sua, derivante anche dal contatto l’Occidente, che vi consiglio di scoprire. Miriam è la voce di un popolo e mi piaceva far rivivere i suoi canti, e vestirli di un abito nuovo. Ho intrapreso questo progetto con tre musicisti fantastici: Federico Squassabia alle tastiere e basso synth, Aldo Betto alla chitarra e Youssef Ait Bouazza alla batteria. Certamente non è una musica cosiddetta pop o ascoltata abitualmente da un grande pubblico ma penso che quando le cose si fanno con passione e dedizione, questo la gente lo percepisce in maniera diretta e scopre magari qualcosa di nuovo che può incuriosirlo. Questo progetto mi ha divertito e mi sta tutt’ora dando grandi soddisfazioni.

Ho da poco ascoltato per l’ennesima volta una tua canzone, “Mai la stessa aria”, (complimenti, è molto bella, sono tre giorni che mi gira nella testa) che, leggo, fa parte di un album. Volevo sapere se è già uscito, ed eventualmente se ce ne puoi parlare. Pur essendo in tempo di Covid 19, vorrei che ci parlassi anche dei tuoi programmi attuali e futuri.

“Mai la stessa aria“è uno dei primi brani che ho scritto in italiano e farà parte di un disco che ancora non è uscito. Ho tanta voglia di condividere i miei brani con chi vorrà ascoltarli, è un esperienza nuova, un salto nel buio rispetto a ciò che ho fatto fin’ora ma che sento sia arrivato il momento di fare. L’obiettivo ora è quindi uscire con un progetto discografico che parli la mia lingua e farlo nel modo più autentico assoluto. So che sei una persona molto riservata, ma credo che a una domanda del genere potrai rispondere.

C’è un sogno che ti capita di fare più volte, un sogno ricorrente che magari ti è rimasto in mente, oppure un sogno che non vorresti fare mai più?

In realtà faccio molti incubi e pochi sogni, non so cosa voglia dire questo ma a volte è anche bello svegliarsi la mattina e capire che era solo un incubo, un sogno sarebbe l’illusione di una notte. Un incubo che mi accompagna da tempo è quello di un animale indefinito che mi insegue e io corro senza però riuscire a liberarmene. Chissà.








Questa è un'intervista pubblicata il 31-08-2020 alle 16:20 sul giornale del 01 settembre 2020 - 164 letture

In questo articolo si parla di redazione, spettacoli, umbria, intervista, Danilo Bazzucchi

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